Santiago del Cile, 11 settembre 1973: l’esercito cileno assalta il palazzo presidenziale e prende il potere. È l’inizio della dittatura militare di Augusto Pinochet. Le elezioni cilene del 1970 eleggono presidente Salvador Allende, leader della coalizione di sinistra Unidad Popolar. La vittoria è però malvista dagli USA. Gli statunitensi temono che il Cile possa trasformarsi in uno stato socialista e allearsi con l’Unione Sovietica, la superpotenza che contende agli USA il controllo dello scenario mondiale. A partire dall’autunno del 1972, il paese è scosso da una serie di scioperi, promossi dalle frange più conservatrici della società e sostenuti dai finanziamenti dei servizi segreti statunitensi. In Parlamento, la maggioranza di Allende si assottiglia per l’uscita dei Cristiano Democratici, che si alleano con l’opposizione di destra.

La tensione cresce: il 29 giugno 1973 il colonnello Souper guida carri armati dell’esercito verso La Moneda, il palazzo presidenziale. Il tentativo di golpe fallisce, ma indica che anche le forze armate si stanno schierando contro Allende. In un duro discorso in parlamento, le opposizioni accusano il presidente di malgoverno e chiedono esplicitamente l’intervento dell’esercito per deporlo. Allende ribatte che i militari non possono cambiare l’esito del voto popolare. Nello stesso periodo, il capo delle forze armate e Ministro dell’Interno Carlos Prats, uomo fedele ad Allende, è costretto a dimettersi per uno scandalo. Al posto di Prats, il Presidente mette a capo dell’esercito il Generale Augusto Pinochet, che giura fedeltà alla Repubblica e allo stesso Allende. È il 23 agosto 1973. Meno di venti giorni dopo Pinochet è a capo del golpe: alle prime luci dell’alba, militari della Marina occupano le principali città cilene e chiudono radio e televisioni.

Allende viene subito informato di quanto sta accadendo e va al palazzo de La Moneda insieme agli uomini più fidati: è convinto che la ribellione sia circoscritta alla Marina, e cerca inutilmente di mettersi in contatto con Pinochet e gli altri generali. Alle 9 di mattina l’esercito controlla già tutti i centri nevralgici del paese. I golpisti puntano sul palazzo presidenziale: offrono ad Allende la possibilità di arrendersi, ma il presidente rifiuta. Rinuncia anche alle possibilità di fuga proposte dai suoi uomini, e in un ultimo discorso dichiara fedeltà ai suoi ideali e ai suoi elettori. Poco dopo, Pinochet e gli altri generali golpisti ordinano il bombardamento de La Moneda. Salvador Allende muore probabilmente suicida durante l’attacco. Il colpo di stato si conclude in poche ore. Augusto Pinochet inaugura un regime dittatoriale che durerà fino al 1990.
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